Il posto delle fragole
la scelta di morire con dignità

   
 
 
Mi è stato spesso chiesto che cosa mi ha indotto a scrivere il posto delle fragole che tratta un argomento complesso e drammatico, condannato e/o rifiutato dalla maggioranza. Uno dei motivi sta nella contrapposizione di due concezioni del mondo.
Secondo tradizione e religione la vita e la morte sono nelle mani di Dio.
Secondo una concezione laica, che tuttavia rispetta la sacralità della vita, ogni persona ha il diritto di disporre della propria vita.

Nell'attuale società si tende a rimuovere l'ineluttabilità della morte. Malgrado la persistenza e resistenza di questa rimozione che si dissolve soltanto quando assistiamo un morente o quando siamo colpiti da un grave lutto- innumerevoli sono le domande che ci coinvolgono talvolta prima, talvolta al momento del trapasso.
Dubbi, paure, contraddizioni, rimpianti, sensi di colpa ci tormentano e inseguono.

Le ragioni per cui ho affrontato questo argomento sono dunque molteplici. La principale è forse l'estrema importanza di accompagnare chi è sulla soglia del passo estremo dandogli la possibilità di morire con dignità  attenuando cioè lo strazio fisico e psichico. Cosa che implica aspetti morali, medici e giuridici considerati sovente -come ho già detto- da inconciliabili punti di vista.
L'eutanasia attiva e passiva, il suicidio assistito, le cure palliative, gli hospice, il rapporto tra l'apparato medico e il malato e la sua famiglia sono i temi centrali del libro che si sofferma inoltre su numerosi e drammatici casi italiani e stranieri come per esempio il caso di Ezio e Elena Forzatti.
 

Alle sei di mattina del 21 giugno 1998, l'ingegnere Ezio Forzatti,  50 anni, dopo aver passato una notte angosciata dalla disperazione, si armò con una Beretta 7.65 cui aveva tolto il caricatore, pistola che gli serviva per evitare che il personale medico gli impedisse di entrare nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Gerardo di Monza, dove sua moglie Elena,quarantasei anni, giaceva stremata, il corpo devastato da aghi, cannule, sonde. Forzatti aveva strappato il tubo del respiratore che la teneva in vita, poi L'aveva abbracciata con infinita tenerezza e aveva aspettato finché un amico cardiologo aveva confermato la morte di Elena.
Scortato da due poliziotti si era recato in questura a consegnare la pistola e a confermare il suo gesto definendolo atto d'amore. Ezio e Elena si erano conosciuti sui banchi di scuola, subito innamorati, poi fidanzati, sposati, stavano per festeggiare le nozze di argento. Venticinque anni passati sempre insieme con un raro accordo di mentalità e di carattere.
"Si amavano come il primo giorno" aveva commentato il padre di Elena che condivideva l'operato di Ezio perché non riusciva ad assistere impotente alle sofferenze della figlia.
Malgrado la famiglia di Elena non si fosse costituita parte civile, Forzatti venne condannato a sei anni e sei mesi, il minimo della pena prescritto per omicidio volontario premeditato.
Un altro caso è il seguente:

 

Karen Quinlan


Karen era una ragazza di ventitré anni colpita da un tumore alle ovaie, che sprofondò in un coma irreversibile nell'aprile del 75. Allacciata a un respiratore, non potendo i più deglutire pesava trentasei chili, non era in grado di muovere nessun arto, ne di parlare, ne di pensare.
Questa la descrizione del medico curante riportata dal Time, medico che aveva rifiutato la richiesta dei genitori di staccare il tubo delle macchine che la mantenevano in vita.
La madre si era allora rivolta al giudice Robert Muir il quale aveva proibito al medico di chiudere il congegno perché, se l'avesse fatto, Karen sarebbe morta. Nella sentenza di quaranta pagine il giudice Muir aveva scritto: «La compassione e la simpatia provata per la famiglia Quinlan non avrebbero mai giustificato ne sotto il profilo legale ne dal punto di vista morale quello che per la legge è un omicidio».
Da qui in avanti la drammatica vicenda di Karen assume aspetti paradossali. Dopo la sentenza dei tribunali minori, che si attenevano alla tradizione, nel 1976 Mr. Quinlan, padre di Karen sorretto dal consenso dell'opinione pubblica, si rivolse alla Corte Suprema del New Jersey, la quale sentenziò che Karen aveva il diritto costituzionale di morire.
Poiché Karen non era in grado di esprimere la sua volontà e non aveva lasciato nessun Living Will, ci fu uno scontro di opinioni che si risolse con la dichiarazione della Corte che in casi extra-ordinari si poteva applicare un parere extra-legale «in quanto chiunque si fosse trovato in una simile situazione avrebbe voluto morire».
Le contraddizioni non erano tuttavia finite.Davanti alla Corte il padre aveva chiesto soltanto di staccare il respiratore, cosa che secondo il suo parere, sostenuto da quello dei medici, era uno strumento extra- ordinario, non rientrava cioè nella normale prassi curativa.
Quando la Corte chiese se si doveva sospendere anche la somministrazione del cibo e dei liquidi introdotti per via del tutto innaturale (da un tubo infilato nel naso) Mr.Quinlan rispose di no, che quello rappresentava il sostentamento della figlia, ed era prassi normale di cura.
Così avvenne che Karen visse altri nove anni senza il respiratore, nelle condizioni di un vegetale, lasciando i media
 media in gran confusione su ciò che poteva esser considerato extra-ordinario e ciò che non lo era, cosa che è tuttora argomento di discussione negli attuali consessi medici.
 
 

 
 Il diritto di disporre della nostra vita è sancito della costituzione.
Non così quello della morte che secondo la tradizione cattolica è nelle mani di Dio. Tuttavia una concezione laica, pur rispettando La sacralità della vita, ci riconosce il diritto di decidere della nostra morte. Nella società attuale la generale tendenza è quella di allontanare l'idea della morte e della sua ineluttabilità. Malgrado La rimozione, che si dissolve solo quando si è colpiti da un lutto. innumerevoli sono le domande che ci coinvolgono talvolta prima talvolta al momento del trapasso; dubbi, paure, contraddizioni,rimpianti, sensi di colpa.
   Serena Foglia ha avuto il coraggio di affrontare questi complessi problemi,di analizzarli e parlarne. Il principale è forse quello di accompagnare con umanità la persona alla fine (non per nulla è stata definita la dolce morte per differenziarla da quella che comporta tormenti e sofferenze fisiche e psichiche) dando la possibilità di morire con dignità. Cosa che implica aspetti morali, giuridici e medici considerati sovente da opposti scarsamente conciliabili punti di vista.
   L'eutanasia attiva e passiva, il suicidio assistito, le cure palliative, gli hospice ,il rapporto con l'apparato medico e con la famiglia sono i punti centrali del libro.
   L'argomento che sta tuttavia più a cuore all'autrice è di pubblicizzare il testamento biologico ignorato dalla stragrande maggioranza ed è quello in cui la persona indica la propria volontà per come desidera essere trattata nelle fasi finali, quando il corpo medico constata l'irreversibilità della malattia.
Un'ampia diffusa campagna potrebbe portare a un riconoscimento giuridico del testamento biologico in modo che i curanti abbiano l'obbligo di tenerne conto.

Invito ad un'azione collettiva per legalizzare il testamento biologico


brano iniziale tratto da ... Il posto delle fragole

 
 
…è un famoso film di Ingmar Bergman che rappresenta con incantata poesia il ciclo della vita e della morte. Pur consapevole che tra un libro e un film la differenza non è  solo formale, ho sentito il desiderio di assumerne il titolo perché l’essenza del film è stata presente durante la stesura di questo saggio.
Bergman inizia con presentarci il protagonista, Isak Borg, un signore settantenne, che sta per recarsi a Lund dove sarà festeggiato il suo giubileo professionale.
Batteriologo famoso ha dedicato la vita al lavoro. Ha un figlio Evald sposato senza figli, la moglie è morta da  qualche anno ma il matrimonio è stato una piatta, scialba convivenza.
Isak trascorre quest’ultima parte della vita in solitudine come capita alla maggioranza dei vecchi. Ne è consapevole:"I nostri  rapporti con il prossimo si limitano per la maggior parte al pettegolezzo e a una sterile critica dell’altrui comportamento. Constatazione  che mi ha lentamente portato a isolarmi  dalla cosiddetta vita sociale e mondana". È accudito dalla governante Agda, paziente vittima dei suoi malumori.La notte prima della partenza ha un'angosciante incubo: è in una città sconosciuta dove gli orologi non hanno lancette, un uomo senza testa si accascia al suolo, un carro funebre sbatte contro un lampione. Dalla bara esce una mano livida che attira a sé il professore. Nel volto del morto Isak riconosce il proprio.
Al risveglio, una buona colazione preparata da Agda lo distoglie dai suoi pensieri.

La nuora Marianne lo accompagna nel viaggio verso Lund e chiacchierando gli rimprovera l'avarizia verso il figlio.

La prima tappa è nella casa dove Borg ha vissuto fino ai vent'anni con fratelli e sorelle. Isak rievoca la sua gioventù, rivede l'immagine della cugina Sara, di cui era innamorato e che non è riuscito a sposare, Sara sposerà un altro cugino, Siegfrid. L'immagine si fissa su Sara che sta raccogliendo le fragole per il compleanno di uno zio.

Ha il volto luminoso e intenso come se raccogliere fragole la rendesse felice. Arriva Siegfrid che la bacia, Sara si distrae e smette di raccogliere le fragole.

Il viaggio prosegue fino alla casa della mamma di Isak, una lucida novantenne che, mostrando a Marianne i giocattoli e le foto di Isak bambino, si lamenta di essere sola nonostante i venti nipoti e i quindici pronipoti viventi.

E' ora di pranzo. Isak e la nuora si recano in una trattoria dove due giovanotti,uno ateo e l'altro credente, discutevano animatamente sull'esistenza di Dio. Viene chiesta l'opinione di Isak che si dice ateo, ma risponde citando dei versi

La sua presenza è indubbia, io la sento
 in ogni fiore e in ogni spiga al vento ... L'aria che io respiro e da vigore
del suo amore  è piena.
 
Il viaggio riprende. Marianne guida, Isak si assopisce e ha un altro incubo: Sara giovane lo induce a guardare in uno specchio la sua immagine di vecchio e gli annuncia la morte imminente. Gli dice che lei sposerà il rivale di Isak, Siegfrid, poi si chiude in casa con il marito e con il loro bambino. Isak bussa. Ad aprirgli viene uno sprezzante docente universitario che lo accompagna in classe gli chiede il libretto, lo interroga e lo tratta da incompetente.Gli dice che il primo dovere di un medico è chiedere perdono. Lo accusa di indifferenza, egoismo, incomprensione. Preannuncia la condanna: la solitudine. Borg si risveglia, si rivolge a Marianne dicendo sono morto pur essendo vivo. La nuora gli confida a sua volta i contrastati rapporti con il marito che non vuole il figlio che lei sta aspettando. Il viaggio ha termine. Tra suono di campane e squilli di tromba la cerimonia ha inizio. viene letta la formula di rito. Isak decide di scrivere l'esperienza di questa particolare giornata in cui sente che qualcosa è mutato. A sera tratta con inusuale gentilezza la governante e tenta di riconciliare il figlio e la nuora. Infine si addormenta ripensando ai momenti felici dell'infanzia e gli appare l'immagine dei suoi genitori.
L'opera di Bergman è,come ho già detto la trasposizione letteraria della disposizione d'animo con cui ho scritto questo saggio. Il viaggio, le premonizioni, il ricordo della giovinezza, dell'amore provato per Sara che, pur non corrisposto, durerà tutta la vita, la questione etica, l'essere spiacevolmente interrogato sulla sua professionalità, il conflitto, il giudizio negativo su se stesso dato dal collega che contrasta con il riconoscimento mondano del giubileo, infine in un secondo presagio.
L'attesa serena e consapevole della morte è espressa da Bergman con magistrale lievità. Isak si addormenta ripercorrendo le felici, gioiose immagini della giovinezza e non quelle sconfortanti della morte annunciata che non lo turbano più in quanto le ha già elaborate. Ci lascia con quel mite sorriso che tutti vorremmo avere al momento dell'addio.